lunedì 17 febbraio 2020

Roma. Febbraio 1980: Vittorio Bachelet viene asassinato dalle Brigate Rosse - Francesco Mulè

Roma. Febbraio 1980: Vittorio Bachelet viene asassinato dalle Brigate Rosse


Roma. 12 febbraio 1980, giorno, mese e anno indelebili e fortemente memorabili,  le Brigate Rosse uccidono Bachelet, grande amico di Carlo Alfredo Moro, fratello di Aldo e vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura. L’agguato avviene al termine di una lezione all’Università “La Sapienza” di Roma, mentre Bachelet conversava con la sua assistente, Rosy Bindi. 
“Bachelet dimostrava con la sua azione che è possibile realizzare una società più giusta senza una contrapposizione aspra. Oggi le contrapposizioni ideologiche sono sfumate, per motivi storici, ma rimane sempre il rischio di altre contrapposizioni basate sulla pura difesa di posizioni di parte. Occorre avere maggior coraggio: attraverso il dialogo paziente e tenace occorre ricercare la soluzione migliore”. Lo ha detto il capo dello Stato Sergio Mattarella, ricordando al plenum del Csm il vicepresidente del Csm Vittorio Bachelet, ucciso dalle Br quaranta anni fa.
“Bachelet, ha ricordato il Capo dello Stato, manifestava con evidenza la possibilità di risolvere i problemi utilizzando gli strumenti dello Stato di diritto. Per colmare le distanze che si aprono nella società ed evitare che diventino conflitti insanabili. Questo suo profondo senso della comunità e dello Stato é stato il motivo del suo assassinio”. Per Mattarella, serve più coraggio nel ricercare il dialogo ”per ogni circostanza” e “superare sia i pregiudizi sia le posizioni precostituite. Di questa attitudine Vittorio Bachelet é stato maestro”. 
Quarant'anni fa veniva ucciso dalle Brigate Rosse Vittorio Bachelet, vicepresidente del Csm ed esponente di spicco del mondo cattolico. Professore di Diritto amministrativo e di scienza dell'amministrazione, fu ucciso al termine di una lezione, nell’ateneo La Sapienza di Roma, nella facoltà di Scienze politiche, dove stava chiacchierando con la sua assistente Rosy Bindi . Ucciso davanti agli studenti sul mezzanino della scalinata che porta alle aule professori della facoltà di Scienze politiche della Sapienza. Ucciso dopo una serie di omicidi che avevano riguardato uomini delle istituzioni. 
Sette proiettili calibro 32 Winchester, quattro all’addome, altri alla testa, mentre era già agonizzante, non gli lasciano scampo. L’agguato è studiato nei dettagli. Due terroristi, una donna e un uomo, Annalaura Braghetti e Bruno Seghetti entrano in azione e lo uccidono. Era il 12 febbraio del 1980.
Due giorni dopo i funerali nella chiesa di San Roberto Bellarmino di Roma. Al funerale il figlio Giovanni, che all’epoca aveva 25 anni, durante la preghiera dei fedeli, pronuncia parole che colpiscono il Paese, che commuovono non solo gli adulti, ma anche le generazioni cresciute negli anni di piombo: “Preghiamo per i nostri governanti: per il nostro presidente Sandro Pertini, per Francesco Cossiga. Preghiamo per tutti i giudici, per tutti i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia, per quanti oggi nelle diverse responsabilità, nella società, nel Parlamento, nelle strade continuano in prima fila la battaglia per la democrazia con coraggio e amore. Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri”. Il perdono, non la vendetta. Giovanni Bachelet ha dichiarato in un’intervista che suo padre si sarebbe rallegrato del fatto che dopo un percorso rieducativo, i suoi assassini sono in libertà da parecchi anni.
“Sono passati quarant’anni -ha dichiarato in varie interviste Rosy Bindi- da quando Vittorio Bachelet, giurista e vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, venne assassinato dalle Brigate Rosse in un agguato alla ‘Sapienza’. Rosy Bindi, sua assistente e testimone dell’omicidio, così lo ha ricordato: “Morì alle 11:40 dopo un colpo fatale. Lo ricordo ancora… e mi colpisce anche la scelta del luogo del delitto: l’Università, ch’egli considerava il luogo che più lo impegnava, dove si era formato dopo la guerra e dove sentiva di dover servire il nostro Paese. Ricordare Bachelet significa,  anche ricordare la cultura e la scienza, un patrimonio da tutelare e da far amare ai cittadini. Innanzitutto, rendendo la cultura patrimonio di tutti, ha reso il diritto allo studio accessibile a tutti. L’insegnamento va, inoltre, impartito già nelle famiglie, e questo è possibile avendo una gerarchia di valori. Bachelet aveva la qualità di tener ben chiara la sua gerarchia di valori.  Il professore rifiutò la scorta. Credo che lo Stato abbia il dovere di valutare le persone in pericolo. Bachelet aveva fatto questa scelta ed era  sua, personale. Ma lo Stato avrebbe dovuto tutelare, per esempio, Marco Biagi. È sempre meglio una scorta in più che una in meno. Questo non significa che Bachelet non abbia avuto paura. Erano anni difficili…ma la paura  non gli tolse la libertà. Oggi commemoriamo molti uomini “martiri laici” degli Anni di Piombo. Io credo che quegli anni vadano studiati e capiti anche nelle scuole, perché non si può legare l’iniziativa a un anniversario. Sono stati anni di contraddizioni, ma non dimentichiamoci anche di grandi riforme, come lo Statuto dei Lavoratori, l’edificazione del Sistema Sanitario Regionale, le Regioni, il diritto di famiglia… In quegli anni la democrazia italiana ha corso grandi rischi per combattere il terrorismo e rischiò di essere minata in questa lotta. Va spiegato che la democrazia italiana è stata salvata da uomini come Bachelet, che hanno continuato a versare il sangue a scapito di chi voleva privarci della democrazia. Come i beni preziosi, la democrazia è un bene che non si conquista una volta per tutte. Figure come Bachelet sono merce rara: la sua statura morale, la fede, il senso del servizio”.
Da Strasburgo “40 anni fa, Vittorio Bachelet, giurista brillante e vicepresidente del Csm, veniva ammazzato dalle Brigate rosse appena terminata la sua lezione universitaria alla Sapienza”. Lo ha ricordato da Strasburgo il presidente dell’Europarlamento David Sassoli. Che ha annotato: “Amava il diritto, la sua famiglia e le gite in montagna”.  Il presidente ha aggiunto: “Vittorio Bachelet era un testimone di speranza e una persona buona. Sono passati 40 anni: oggi possiamo dire che le sue idee hanno vinto”.
“Accademico, intellettuale,  presidente dell’Azione Cattolica negli anni del Concilio Vaticano II, Vittorio Bachelet ispirò tutta la sua attività professionale, politica e istituzionale ai valori della Costituzione e della sua radice cristiana: commemorarne oggi la figura, nel giorno del 40° anniversario dalla scomparsa, vuol dire tramandare ai più giovani l’esempio di rettitudine morale che riversò nel ruolo di servitore dello Stato”.                                                                                          Lo ha dichiarato il presidente del Senato della Repubblica, Maria Elisabetta Alberti Casellati. in occasione del 40° anniversario dell’assassinio di Vittorio Bachelet.
“Fu ucciso sulle scale della Facoltà di Scienze politiche dell'Università La Sapienza di Roma in uno dei periodi storici più bui della storia della Repubblica – ha proseguito la seconda carica dello Stato – durante il quale il terrorismo, nel tentativo di colpire al cuore lo Stato e le istituzioni, uccise alcuni dei suoi uomini migliori.
“Il ricordo del suo sacrificio richiama ancora oggi la necessità di un costante esercizio di democrazia e di coesione sociale, nella difesa delle Istituzioni democratiche, contro ogni forma di fanatismo politico, di odio ideologico e di violenza terroristica”. 
Per la terza carica dello Stato, si tratta di “un ricordo che, come scriveva lo stesso Bachelet, “deve quindi tradursi in un impegno morale e uno sforzo di pratica efficienza per la difesa della libertà, per la costruzione di una convivenza civile più umana e serena che sappia accogliere e ordinare, in un disegno di giustizia, la tumultuosa crescita della nostra società”.
 L'Amministrazione Comunale di Reggio Calabria ha inteso intitolare una importante strada all'insigne giurista e politico Bachelet, nell’ambito del più ampio e straordinario piano di aggiornamento della toponomastica cittadina, orientato al recupero della memoria di testimoni che hanno servito il bene comune. La via a Bachelet dedicata si diparte dalla Chiesa di San Gaetano Catanoso ed arriva sin oltre l’Ufficio postale, adiacente il costruendo Palazzo di Giustizia ed il Cedir (già via del Gelsomino).                                                                                                             "Persone come Vittorio Bachelet sono morte perché facevano il loro lavoro a servizio della democrazia, dietro le Brigate rosse c'erano poteri occulti. Non so quanto la classe politica che ha Governato l'Italia finora abbia imparato da quegli eccidi". Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Bari, Giuseppe Volpe, durante la commemorazione di Vittorio Bachelet.
La manifestazione è stata organizzata dall'Anm, Miur, Csm e Ordine degli avvocati di Bari in occasione del quarantennale della morte, con la partecipazione degli studenti dell'istituto tecnico 'Vittorio Bachelet' di Gravina. L'introduzione è stata effettuata dal segretario della sezione barese dell'Anm, Michele Parisi. Il procuratore Giuseppe Volpe ha quindi ricordato come il 1980 sia stato "l'anno terribile per l'Italia", a causa dei numerosi omicidi, anche di magistrati, avvenuti con frequenza quasi quotidiana.                                                                                                                       Volpe ha tracciato il suo personale ricordo di Bachelet, che aveva incontrato quando era da poco diventato magistrato e ha poi ricordato le modalità del suo omicidio, "al termine di una lezione all'universita' La Sapienza, con diversi colpi di pistola e persino il colpo di grazia, come nei peggiori rituali mafiosi". Il procuratore ha quindi ricordato le recenti interviste di Rosi Bindi, ex ministra e di Bachelet assistente universitaria, che si trovava con lui al momento dell'omicidio. "Richiamo recenti indagini sulla strage di Bologna e il ruolo della P2 e dei Servizi segreti deviati - ha detto Volpe - e le parole di Rosi Bindi, secondo cui le Brigate rosse erano pilotate e dietro i terroristi c'erano poteri occulti. Non si dimentichi che Bachelet era impegnato in un'opera di democratizzazione del Paese". Il capo della procura barese ha quindi rivolto un augurio agli studenti: "Spero che voi, che non avete vissuto quel contesto di violenza, possiate contribuire allo sviluppo democratico del Paese e all'attivazione dei principi della Costituzione, che ancora non sono tutti completamente attivati". 
“Bachelet dimostrava con la sua azione che è possibile realizzare una società più giusta senza una contrapposizione aspra. Oggi le contrapposizioni ideologiche sono sfumate, per motivi storici, ma rimane sempre il rischio di altre contrapposizioni basate sulla pura difesa di posizioni di parte”.  Lo ha detto il capo dello Stato Sergio Mattarella, ricordando al plenum del Csm il vicepresidente del Csm Vittorio Bachelet. 
Bachelet, ha ricordato il Capo dello Stato, “manifestava con evidenza la possibilità di risolvere i problemi utilizzando gli strumenti dello Stato di diritto, per colmare le distanze che si aprono nella società ed evitare che diventino conflitti insanabili. Questo suo profondo senso della comunità e dello Stato é stato il motivo del suo assassinio”. Per Mattarella, serve più coraggio nel ricercare il dialogo e “superare sia i pregiudizi sia le posizioni precostituite. Di questa attitudine Vittorio Bachelet é stato maestro”. 
Quarant'anni fa veniva ucciso dalle Brigate Rosse Vittorio Bachelet, vicepresidente del Csm ed esponente di spicco del mondo cattolico. Professore di Diritto amministrativo e di scienza dell'amministrazione, fu ucciso al termine di una lezione, nell’ateneo La Sapienza di Roma, nella facoltà di Scienze politiche, dove stava chiacchierando con la sua assistente Rosy Bindi. Ucciso davanti agli studenti sul mezzanino della scalinata che porta alle aule professori.  
Sette proiettili calibro 32 Winchester, quattro all’addome, altri alla testa, mentre era già agonizzante. L’agguato è stato studiato nei dettagli. Due terroristi lo uccidono. Era il 12 febbraio del 1980.
Due giorni dopo i funerali nella chiesa di San Roberto Bellarmino di Roma. Al funerale il figlio Giovanni, all’epoca  25enne, durante la preghiera dei fedeli, pronuncia parole che colpiscono il Paese, che commuovono non solo gli adulti, ma anche le generazioni cresciute negli anni di piombo: “Preghiamo per i nostri governanti: per il nostro presidente Sandro Pertini, per Francesco Cossiga. Preghiamo per tutti i giudici, tutti i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia, per quanti oggi nelle diverse responsabilità, nella società, nel Parlamento, nelle strade continuano in prima fila la battaglia per la democrazia con coraggio e amore. Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia, che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono, mai la vendetta, sempre la vita, mai la richiesta della morte degli altri”.  Giovanni Bachelet ha dichiarato in un’intervista che suo padre si sarebbe rallegrato del fatto che, dopo un percorso rieducativo, i suoi assassini sono in libertà da parecchi anni.

(Francesco Mulè)

 

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