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Pasqua:
fede e tradizione
di
Francesco Mulè
Una
tra le più antiche e suggestive tradizioni religiose di
Cattolica Eraclea è quella della Settimana Santa che si apre con
la Domenica della Palme e si chiude con la Domenica di Pasqua. Un
ricordo indelebile ben custodito nello scrigno delle mie memorie.
Ritengo doveroso da parte mia fare una microstoria della Domenica
delle Palme, prima di accennare alla nostra tradizione locale.
Nel calendario liturgico la Domenica della Palme è celebrata la
domenica precedente alla festività della Pasqua. Con essa ha
inizio la Settimana Santa, quella settimana nella quale vengono
ricordati gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù. Questa
festività è osservata non solo dai Cattolici, ma anche dagli
Ortodossi e dai Protestanti. In questo giorno la Chiesa ricorda
il trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme in sella ad un
asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di
palma. La folla, radunata dalle voci dell’arrivo di Gesù,
stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli
alberi di ulivo e di palma, abbondanti nella regione, e,
agitandoli festosamente, gli rendevano onore. In ricordo di
questo, la liturgia della Domenica delle Palme, si svolge
iniziando da un luogo al di fuori della chiesa, dove si radunano
i fedeli e il sacerdote benedice i rami di ulivo o di palma che
sono portati dai fedeli, quindi si dà inizio alla processione
fin dentro la chiesa. Qui giunti continua la celebrazione della
Messa con la lunga lettura della Passione di Gesù. Il racconto
della Passione viene letto da tre persone che rivestono la parte
di Cristo (letta dal sacerdote), dello storico (in quei lontani
anni della mia adolescenza, nella Chiesa della Mercede Padre
Gentile (buon'anima) mi assegnava sempre il ruolo dello storico)
e del popolo o turba. In questa Domenica il sacerdote, al
contrario di tutte le altre di Quaresima (tranne la 4^ in cui
indossa paramenti rosa) è vestito di rosso, pur trattandosi di
una solennità. Generalmente i fedeli portano a casa i rametti di
ulivo e di palma benedetti, per conservarli quali simbolo di
pace, scambiandone parte con parenti ed amici. In alcune regioni,
si usa che il capofamiglia utilizzi un rametto, intinto
nell’acqua benedetta durante la veglia pasquale, per benedire
la tavola imbandita nel giorno di Pasqua. In molte zone d’Italia,
con le foglie di palma intrecciate vengono realizzate piccole e
grandi confezioni addobbate, che vengono regalate o scambiate fra
i fedeli in segno di pace. Nel Vangelo di Giovanni si narra che
la popolazione abbia usato solo rami di palma che, a detta di
molti commentari, sono simbolo di trionfo, acclamazione e
regalità. Sembra che i rami di ulivo siano stati introdotti
nella tradizione popolare, a causa della scarsità di piante di
palma presenti, specialmente in Italia. Nelle zone in cui non
cresce l'ulivo (come l'Europa Settentrionale), i rametti sono
sostituiti da fiori e foglie intrecciate.
Veniamo alla
Domenica delle palme a Cattolica Eraclea. Tripudio di bambini,
ragazzi, giovani, anziani in visibilio, in processione con in
mano foglie di palme o ramoscelli d'ulivo, lungo le principali
vie del paese fino ad arrivare in chiesa per assistere alla
celebrazione della Santa Messa. In tutte le nove chiese a partire
dal lunedì al giovedì santo si svolgevano momenti di preghiera
e di riflessione. In particolare il giovedì santo, dopo la
celebrazione della Santa Messa e della ormai tradizionale lavanda
dei piedi degli Apostoli, rappresentati per l'occasione dai
fedeli della parrocchia, prende il via la visita delle chiese.
Tutto nel silenzio e nel raccoglimento assoluti, i bambini tenuti
per mano da mamma e papà, nonni, zii, cugini, animati di tanta
religiosità e profonda fede, ogni anno, rispettosi della
tradizione e della ricorrenza della Settimana Santa, in visita
alle chiese della Mercede, della Matrice, di Sant'Antonino, di
Sant'Antonio da Padova, dell'Immacolata, del Rosario, del
Purgatorio, del Collegio delle suore, della Pietà. La visita
delle chiese in ricordo della Madonna Addolorata che molto
penosamente era alla ricerca del proprio figlio Gesù Cristo.
Tutte le chiese spoglie. L'immagine del Cristo coperta da un
telo. Ai piedi dell'altare maggiore solo piante, fiori e piccoli
piatti di grano germogliato alcuni giorni prima al buio chiamato
"lavureddu". Tre-quattro di questi piatti di
"lavureddu" venivano preparati con molta
professionalità da mia sorella Marietta che saluto e abbraccio
di tutto cuore. Gruppi di donne, in occasione delle visite alle
chiese, si fermavano vicino all'altare maggiore a intonare canti
di dolore e di consolazione in dialetto, i cosiddetti "lamenti",
dedicati a Maria Addolorata.
Segue il Venerdì Santo, il
giorno più commovente di tutta la Settimana Santa. Un giorno di
emozioni per lo scenario che la Chiesa presenta ai suoi fedeli.
Una folla di fedeli, in partenza dalla Chiesa Madre, si dirigeva
in processione verso il Calvario. Un gruppo di "Cappe"
dal volto coperto portava a spalla il Cristo morto deposto dentro
una caratteristica urna in legno. Maria Addolorata, pallida in
volto, di nero vestita, anche lei portata a spalla, seguiva il
suo amato figlio. Le 14 cappellette del Calvario in pietra bianca
rappresentavano la Via Crucis (le 14 cadute) di Cristo prima di
essere crocifisso. Arrivati alla sommità del Monte Calvario, il
simulacro di Cristo veniva crocifisso da due sacerdoti (ai miei
tempi erano padre Gentile, parroco della Chiesa della Mercede e
padre Di Naro, parroco della Chiesa di Sant'Antonio da Padova).
Ai piedi del Cristo della croce, molto addolorata, la madre
Maria. Momento più suggestivo e commovente quello della sera,
quando, allo spuntare della prima stella, il Cristo veniva tolto
dalla croce e deposto in un'altra urna di vetro, custodita da
sempre da una delle famiglie Agnello. Il corpo di Cristo e il
simulacro della Madonna Addolorata venivano portati a spalla
dalle "Cappe" in processione per le vie del paese fino
a tardi, procedendo essa molto lentamente, tre passi avanti e uno
indietro. Dietro il Cristo morto dei giovani bene intonati,
accompagnati dalla banda musicale, cantavano "Ah! Sì,
versate lacrime!… il Redentor morì. Morì tra mani barbare…
Morì trafitto in croce, morì che pena atroce… il Redentor
morì… morì spirò, spirò morì, morì spirò". Una
grande voce, tra le tante, raggiungeva il massimo dei suoi acuti:
era la voce di mio cugino Michele, che oggi vive in Via Amendola
a Cattolica Eraclea e che saluto caramente. A mezzanotte del
Sabato Santo veniva tolto il drappo nero che copriva il simulacro
del Santo Salvatore. La Risurrezione veniva annunciata dal suono
festoso delle campane che non si erano più sentite da Giovedì
Santo.
Il pomeriggio della domenica era festa per tutti.
Festa per la Madonna. In piazza Roma si svolgeva il consueto
"incontro" tra Maria e il Cristo risorto. Entrambe le
statue venivano disposte alle estremità della piazza. La statua
di San Michele Arcangelo correva verso Maria ad annunciarle la
risurrezione del figlio: "Maria, Maria, to figliu
anniviscì". Glielo ripeteva due volte, ma alla terza volta
Maria ha creduto al messaggio di San Michele e, lasciando cadere
il mantello nero, appariva alla popolazione riversata in piazza,
con un manto rosa, tutto fiorato e dorato. Le due statue si
avvicinavano al centro della piazza dove si assisteva, tra suoni
festosi di campane, spari di mortaretti e scroscianti applausi di
gioia al momento più commovente della Pasqua: la Madonna
s'inchinava e baciava i piedi del Cristo risorto. Subito dopo le
tre statue, San Michele avanti e Maria e Gesù dietro, venivano
portate a spalla dalle "Cappe" lungo le vie principali
del paese. Si concludeva, così, con la gioia nei cuori, la festa
destinata a portare la pace in tutto il mondo. Viva la Pasqua!
E
per noi bambini, cosa voleva dire la Pasqua? In una sola parola:
preparativi. Ricordo che in tutte le famiglie (allora non c'era
il forno in casa come oggi) si cominciava a preparare delle
grosse teglie di biscotti che si portavano a cuocere al forno
pubblico (il forno vicino alla casa paterna era quello di "Nina
Milioto"). Tutto questo per festeggiare la Santa Pasqua.
Infatti (sono ricordi che mai si potranno cancellare), essendo la
Settimana Santa una settimana di passione per Gesù e di lutto
per Maria, ci avevano impresso in mente che non si potevano
mangiare dolci prima della Resurrezione, perché era peccato.
Addirittura il Venerdì Santo si doveva non solo digiunare, ma
anche astenersi dal mangiare carne (anche perché ce n'era poca)
e altre leccornie. Per Pasqua: carne, dolci, e tutto ciò che per
una settimana intera non era stato possibile e non era giusto
assaggiare! Francesco
Mulè
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